Sikalesh
Cultural Association

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Ss. Salvatore's church
di Giuseppa Cinzia Miceli
Palermo il 10 marzo del 1656 ebbe il privilegio di dare i natali ad un grande plasticatore, oggi riconosciuto a livello internazionale, Giacomo Serpotta, il quale, con il suo grande ingegno e la sua mistica fantasia barocca, abbellì Oratori e Chiese amalgamando la vitalità di discoli puttini alle drappeggianti e vanitose dame, aventi cappelli di piume svolazzanti tra ubbidienza e castità, tra allegorie e maschere, come se stessimo assistendo ad una scena teatrale.
Il Serpotta, infatti attinse molto dal mondo teatrale del quale era un appassionato, talmente tanto, che si suppone che una delle sue amanti fu proprio un’attrice di teatro.
Giacomo Serpotta, grazie alla grande fantasia ed alla bravura tecnica, ebbe una grande mole di lavoro; tale bravura offuscò i suoi contemporanei ed in particolare Vincenzo Messina che dal Serpotta attinse molto, dato che la sua arte si rifà alle prime opere del sirpuzza (soprannome dato a Giacomo Serpotta per via della lucertola come suo simbolo n.d.r.); tale affermazione è avvalorata dalla esecuzione dei “Teatrini” i quali sono una peculiarità dell’opera Serpottiana.
Vincenzo Messina, quindi, fu un collaboratore e seguace di Giacomo Serpotta ed infatti li ritroviamo a lavorare insieme in uno delle chiese più impenetrabili della città di Palermo, quella dei SS. Pietro e Paolo detta “dell’infermeria dei Sacerdoti”. Essa sorse nel 1697 per volontà dell’Arcivescovo di Palermo Ferdinando Bazan y Manriquez (1 aprile 1686-11 agosto 1702) come Chiesa annessa all’ospedale dei sacerdoti.
Il Messina decorò il presbiterio e la parete di fondo, in particolare eseguì due angeli che sostengono dei medaglioni con teatrini,raffiguranti “la consegna delle chiavi a S.Pietro e la conversione di Paolo”,mentre Serpotta decorò la controfacciata, modellando un putto con la tromba in ginocchio su un’aquila, avente sul capo un turbante malconcio con uno sguardo serio, consapevole del suo annuncio, ossia la vittoria della fede. Inoltre decora gli altari di San Ferdinando(con le allegorie di Ercole che uccide il leone di Nemea e il Riposo di Ercole) e di Santa Rosa.(?)
Per l’inflazione di lavoro del Serpotta, il quale è particolarmente richiesto ed impegnato a Palermo, Vincenzo Messina trova spazio in altre parti dell’isola, come per esempio Sambuca di Sicilia, dove decora la chiesa di Santa Caterina, o a Chiusa Sclafani dove si dedica al decoro del cappellone della Chiesa di San Sebastiano. Troviamo sue opere anche a Carini, presso l’Oratorio del SS. Sacramento (qui troviamo modelli serpottiani del tardo ‘600, molto simili a quelli di Santa Zita – Gargstang p. 192), un esempio sono le figure allegoriche della fede, carità e fortezza oppure gli elementi decorativi intorno alle scene, molto simili a quelli della battaglia di Lepanto, anche se si riteneva, fino a poco tempo fa, opera di Procopio Serpotta.
Nel 1702 Vincenzo Messina, insieme ai figli Giacomo e Gabriele, si trasferisce a Partanna, avendo avuto come commissione la decorazione dell’interno dell Chiesa Madre con maestosi stucchi. Questo fu il suo più grande capolavoro, decora il presbiterio, le cappelle di San Vito e del SS. Sacramento. Nel 1704, mentre Giacomo Serpotta lavora con il figlio Procopio nella Chiesa del Gesù (Casa Professa n.d.r.), Vincenzo Messina insieme a suo figlio Gabriele decora la chiesa dei SS. Paolo e Bartolomeo ad Alcamo.
A differenza dei Messina c’era una grande differenza tra i rapporti familiari dei Serpotta: Giacomo e Procopio lavorano poco insieme, se si considera che eseguirono lavori nella Chiesa del Gesù (1704), nella Cappella dei SS. Martiri giapponesi,nella chiesa di S.Maria degli Agonizzanti e nella Chiesa della Pietà alla Kalsa (1708); nella Chiesa della Pietà, in particolare, eseguono degli angeli e delle ghirlande di fiori a decorazione del soffitto su disegno di Antonino Grano. Tra i due, probabilmente, non correva buon sangue, tanto che nel suo primo testamento, redatto l’11 dicembre 1719, Giacomo lascia al figlio solo “gli strumenti di lavoro”, modelli in gesso, argilla, i disegni, e le stampe (Meli, Vita e opere del Serpotta, 1934) mentre nel secondo testamento, redatto il 23 febbraio 1732 (cinque giorni prima della sua morte), lascia solo 4 onze (Meli, Vita e opere del Serpotta, 1934 ) nominando erede di tutti i suoi beni la sorella Rosalia, anche se questa, al momento della sua morte, devolve tutto al nipote.
L’Oratorio in cui Giacomo Serpotta lavorò a più riprese fu quello di Santa Zita (1686-1717), sicuramente, avendo tante commissioni di lavoro, ebbe bisogno dell’aiuto dei suoi allievi, pertanto, la Schimdt nei suoi studi, suppone che tra gli allievi ci sia anche Vincenzo Messina (si pensa nel 1688 circa). In effetti, osservando con attenzione alcune opere nei muri laterali dell’oratorio si notano dei richiami simili a quelli della Cappella di San Vito di Partanna (M.G. Paolini, Serpotta, p. 261).
Altre composizioni di Giacomo Serpotta in Santa Zita sono confrontabili con alcuni affreschi del Grano (Pittore contemporaneo al Serpotta e al Messina) nella chiesa del Noviziato (1687 – M.G. Paolini, Serpotta, p. 24) e con le “storie” nella chiesa di San Castrense a Monreale, chiesa in cui i quattro altari delle navate hanno lo stile del Messina (v. Garstang, p. 188).
In effetti Vincenzo Messina prese spunto dal Grano, il quale influenza il lavoro dei due artisti, infatti, nell’oratorio di S. Pietro e S. Bartolomeo ad Alcamo, l’angel sulla destra alla pala d’altare è copiato da uno degli angeli del Grano per la macchina delle ventiquattr’ore del 1685 nella chiesa di San Mattia a Palermo (Garstang, Serpotta e gli stuccatori di Palermo, p. 191).
Vita e lavori paralleli di due artisti unificati da un’arte e da una maestria comune: lo stucco.
Destini familiari diversi poiché, come abbiamo detto, Vincenzo Messina collaborò molto con i figli mentre Giacomo Serpotta fu una figura isolata, una stella mirabolante caduta nel nostro cielo.
L’arte di Giacomo Serpotta formatasi tra putti, dame e teatrini, colpì molto Vincenzo Messina, tanto da volerne imparare i segreti mettendosi, con studio e dedizione, ad un livello alto di esecuzione, tanto da lasciare ai posteri l’ombra del dubbio tra le sue opere e quelle dei Serpotta.
Oggi ci chiediamo quante opere d’arte abbiamo perso nel tempo; Chiese ed Oratori sono andati perduti nei secoli, tra terremoti (Oratorio di Santa Maria di Tutte le Grazie al Ponticello, abbattuto per i danni riportati, 1823), truppe Borboniche (Chiesa di San Tommaso dei greci, 1860), bombardamenti durante la II guerra mondiale (Oratorio di San Francesco ai Candelai, 1943) o abbattimenti ( per dare spazio al nuovo Teatro Vittorio Emanuele).
Un dato, certamente, è sconsolante quello che dei 41 Oratori rimasti, molti sono in condizioni pietose e in uno stato d’abbandono non meritevole sotto tutti gli aspetti (culturali, artistici e civili) ma Palermo è una madre tanto amorosa con dei figli ignavi.
