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Può l'Arte condurre a Dio?

di Marina Mancuso​

Sin dal principio l’uomo ha avuto bisogno di esprimere ciò che era dentro di sé e ciò che vedeva al di là da sé. Di questo ne abbiamo testimonianza in tutte le forme artistiche, siano esse letterarie o grafiche.

Quando però i primi cristiani si sono visti costretti a rappresentare il sacro attraverso dei simboli, per evitare la persecuzione, questi non andavano al di là del significato letterale per i più, ma rimandavano a qualcosa di altro per i fedeli. Basti pensare al pesce raffigurato nelle prime catacombe cristiane o al Cristo-apollineo, trasformazione del dio Apollo in Gesù Cristo.

Può dunque l’immagine condurre a Dio? Sì. Ma è essenziale che in essa non vi si riconosca Dio ma il mezzo che ci conduce a Lui. L’Arte diviene dunque strumento di evangelizzazione nel momento in cui spiega la Scrittura in modo semplice ed essenziale, comprensibile ai più e ai dotti. L’arte se usata dalla chiesa, attraverso i simboli, deve inevitabilmente ricondurre ad un testo sacro.

In questo studio, vogliamo soffermarci sui simboli e i loro riferimenti biblici presenti all’interno di alcune chiese del territorio, con l’auspicio di incuriosire chi legge andando alla ricerca di essi, sia nel luogo, sia nel testo sacro.

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Cappella del Ss. Crocifisso, Chiesa del Santissimo Salvatore (Palermo) 

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La Crocifissione (foto in basso), è una delle rappresentazioni cardine dell’arte sacra e fulcro della fede. Non vi è salvezza senza la morte di Gesù, «Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Isaia 53, 5), poiché il Salvatore, annunciato ai pastori venuti ad adorare il Bambino avvolto in fasce in una mangiatoia, ha portato a compimento il suo messaggio. Il manto che vediamo alle spalle del Crocifisso è simbolo della Misericordia di Dio, che ha scelto di mandare il Figlio perché salvasse l’umanità dalla morte, corporale e spirituale. L’abbraccio misericordioso che avvolge il Cristo non coinvolge il solo Figlio ma l’intera umanità, che solo adesso può dirsi salvata.

Il sole e la luna posti in alto, sono il segno dell’oscurità che è piombata sulla terra quando ha scelto di non riconoscere Gesù, quale Figlio di Dio, punendolo con la più atroce tra le torture. «Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio» (Luca 23, 44).

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Dell’iconografia originale, solo Maria Maddalena si trova rappresentata ai piedi della croce, accanto a lei stanno due figure insolite: San Michele arcangelo e San Gaetano Thiene.

In ebraico “Mi-Ka-El” significa “Chi come Dio?” egli è il vincitore nella lotta tra il bene e il male come leggiamo nel libro dell’Apocalisse (12, 7-9): «Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli». Egli non solo è il combattente di Dio ma anche il difensore del suo popolo come ci dice Daniele (12, 1): «Or in quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo». Il drago-satana è vinto, e si trova rappresentato schiacciato dal peso della croce. La salvezza è giunta sulla terra ed è difesa dal principe degli arcangeli che, col vessillo che tiene tra le mani, nella sua scritta latina “Qvis vt Deus”, ci indica “Colui che è Dio”. 

San Gaetano Thiene, fu proclamato santo da papa Clemente X il 12 aprile del 1671, ed è ricordato come il “Santo della Provvidenza”. Al soccorso divino e alla sua premura è l’invocazione latina che tiene tra le mani: “Famvlis Tvuis Svbvueni”, invocante Cristo come “Aiuta i tuoi servi”. Proprio i padri teatini, della vicina chiesa sita ai Quattro Canti, venivano a celebrare messa nella chiesa del Santissimo Salvatore e la statua posta ai piedi del Crocifisso rende omaggio al loro operato.

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